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I CENTO GIORNI DI SAN PATERNIANO

covid

La comunità  “Cecilia” in clausura al centro di accoglienza “Opera Padre Pio” nell’emergenza virus

 

All’indomani del decreto governativo dell’ 8 Marzo 2020 è stato convocato, con tempestività e immediatezza, il consiglio di presidenza dell’Opera Padre Pio al fine di valutare quale linea attuare per far fronte all’emergenza epidemica creatasi.

Già da 2 settimane prima, considerando l’aggravarsi della situazione,  si consigliavano e si “pretendevano” dai  nostri ospiti precauzioni e comportamenti atti a non aumentare il contagio quali: non assembrarsi, lavarsi spesso le mani, contenere colpi di tosse e starnuti etc… che, con le disposizioni del DPCM, risultavano insufficienti in quanto, essendo la provincia di Pesaro-Urbino dichiarata “zona rossa” occorreva anche l’obbligo di limitare, esclusivamente al necessario, gli spostamenti.

Di conseguenza abbiamo chiesto agli ospiti del dormitorio, allora 17, se avessero accettato di restare nella struttura 24h/24 per ottemperare le disposizioni governative; di questi, 16 hanno acconsentito, solo un ragazzo nigeriano ha preferito uscire, avendo ricevuto la garanzia dal suo datore di lavoro di un ricovero notturno.

Informati, in tempo reale, i confratelli, gli amministratori locali, gli operatori sociali nonché la Caritas diocesana, hanno non solo caldeggiato, ma anche lodato la decisione presa.

Si è venuta a formare dunque una vera e propria comunità, eterogenea nella composizione di credo religioso, di genere e di etnia: 3 continenti, Europa, Africa ed Asia e 7 nazioni:  Romania, Egitto, Tunisia, Gambia, Guinea, Bangladesh e Italia.

Abbiamo scelto di dare un titolo alla neo-eretta comunità denominandola “Cecilia”, evocando così quello struggente e lirico passo dei Promessi Sposi, ma al contempo scaramanticamente scongiurando gli stessi esiti per questa nuova “pestilenza”.

Occorreva dunque organizzare la giornata della comunità: agli impegni quotidiani di pulizia e sanificazione di tutti i locali eseguiti a turno da tutti, si sono aggiunti i momenti di svago con la proiezione di films scelti dagli ospiti, il gioco degli scacchi, della dama, delle carte, del calciobalilla, delle freccette, il tempo dello studio per chi deve migliorare la lingua, e la riunione giornaliera per confrontarsi e migliorare l’amalgama.

Nei numerosi cartelli affissi in diverse parti della struttura, artisticamente prodotti dalla vice-presidente Daniela, sono stati indicati gli orari per regolare queste attività, le turnazioni per i vari servizi di pulizia degli ambienti, lavaggio stoviglie.

Ad aiutare la cuoca Gabriella in cucina ogni tanto si presentava qualcuno e, occasionalmente, abbiamo pranzato con piatti preparati dagli stessi ospiti: la “pasta alla Genovese”, che dal nome non si direbbe essere una specialità napoletana, egusi e fufu della Guinea e dolci preparati dall’aspirante cuoco-pasticcere Diallo; non sono mancate anche le sorprese, per vivacizzare la comunità e rompere la monotonia di giorni sempre uguali, consistenti nella “gita fuori porta”, con un pranzo al sacco nel cortile, nel cucinare spesso alla griglia con gli esperti del barbecue che si avvicendavano sotto la guida del tuttofare Mauro.

Il quale Mauro, affettuosamente Maurino, non solo ha preparato quotidianamente le colazioni ma, essendo autorizzato a muoversi, ha provveduto agli acquisti richiestigli dagli ospiti, di tutto ciò che poteva servire alla comunità e alla raccolta degli alimenti che sono stati offerti dai vari benefattori: il tutto per consentire, da lunedì 9 marzo al 14 di giugno compreso, oltre alla refezione giornaliera all’interno della struttura che ha compreso per tutta la comunità quasi 2.000 colazioni, pranzi e cene, la distribuzione di 1956 pranzi da asporto a tutti coloro che, dalle 12,15 alle 12.45 di ogni giorno, si presentavano alla nostra porta.

In questo modo sono passate le giornate e, dopo una naturale preoccupazione per la situazione, la speranza che i tempi di “clausura” potessero essere ridotti rispetto a quelli paventati all’inizio della

pandemia, grazie anche all’osservanza rigorosa delle disposizioni governative, ha contribuito a pensare al futuro con più ottimismo tanto che alcuni ospiti hanno lasciato la comunità accettando proposte di lavoro.

Al presentarsi di situazioni urgenti si è sempre usciti rispettando le disposizioni ricevute: dotazione della mascherina e distanziamento fisico.

Una data fatidica è stata il 18 maggio, giorno in cui era previsto un certo allentamento delle misure obbligatorie ma, nella consueta riunione giornaliera, si è deciso con prudenza ed unanimemente di aspettare un’altra settimana per sciogliere le fila anche perché abbiamo ritenuto necessario, se non indispensabile, verificare attraverso il test sierologico la negatività al virus di ogni componente della comunità.

Grazie all’interessamento del tesoriere della nostra Associazione, dott. Maurizio Lodovichetti, nella mattinata del giorno seguente, martedì, è venuta una dottoressa ad effettuare i prelievi del sangue a tutti noi e, già nel pomeriggio, il laboratorio analisi ha comunicato, con nostro grande sollievo, la non positività al  COronaVIrus Disease 2019 di ogni membro della comunità.

Così il 25 maggio, lunedì, considerando che la situazione in generale andava migliorando, nella riunione ordinaria si è prospettata l’idea che, se non fossero sopraggiunti imprevisti, si potesse lasciare la struttura il 15 giugno, dopo tre settimane a venire, per consentire la sanificazione e bonifica dei locali in previsione di ripristinare il servizio, proprio della nostra struttura, di prima accoglienza; questo, unitamente al servizio mensa all’interno della struttura, dovrà essere valutato e programmato alla luce di quelle che saranno le direttive per la riapertura delle case di accoglienza.

Tirando le somme di questa inaspettata esperienza non si può ignorare, e tantomeno sottovalutare, la collaborazione responsabile di tutti i componenti la comunità per aver vissuto i cento giorni della “clausura” nel rispetto e accettazione reciproca: a supporto del tutto vi è stata anche la consapevolezza di vivere quei momenti nella ricerca di una

maturità da ricercare nella propria interiorità, spiritualità, specie in questa “anomala” Pasqua vissuta senza il supporto liturgico.

Ad onor del vero in un certo qual modo ci si è richiamati Cristianamente ai momenti topici del Triduo Pasquale: il Venerdì Santo con il digiuno comunitario e la visione del film “Passion” e la Domenica di Resurrezione con la Fede e la Speranza nel Risorto in cui confidiamo e che ci salva.

Anche per i nostri fratelli Musulmani c’è stato il mese del digiuno religioso, il Ramadan, dalla sera del 23 Aprile fino al giorno 23 Maggio: in questo periodo 4 ospiti sono stati accompagnati nella loro pratica religiosa offrendo loro i pasti prima dell’alba – suhur – e dopo il calar del sole –  iftar – conclusisi con  la festa della Rottura chiamata Shawwal.

Concludendo il racconto di questi “centogiorni” non possiamo far altro che rallegrarci per questi momenti di fraternità vissuti da persone provenienti da esperienze e situazioni così diverse da pensare ad eventuali difficoltà di convivenza ma che, grazie alla maturità e comprensione di tutti, sono diventate un vero e proprio laboratorio di relazioni improntate su una grande umanità.

Non si può far altro che ringraziare tutti coloro che hanno reso possibile questa straordinaria “avventura”, partendo dai protagonisti residenziali della stessa, ma non tralasciando coloro i quali, con il loro sostegno a distanza, hanno accompagnato la Comunità, in primis, anche per il supporto tangibile, il progetto “Comunità Solidale” che, oltre ad aver contribuito economicamente con l’acquisto del materiale che occorreva ha messo a disposizione gli operatori Daniela e Mauro per una parte della giornata.

L’auspicio migliore che possiamo fare è che non si debbano affrontare più situazioni così estreme ma, nel malaugurato caso che possano di nuovo avverarsi, ci troveranno pronti a vivere le emergenze con la consapevolezza di non perdere mai di vista ciò che ci fa essere fratelli in una umanità che sembra far sempre più fatica a definirsi tale.